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Meno Anestesia (2)

Le sorprese della meditazione

SECONDA PARTE

Questo articolo è uscito nell'edizione speciale dell'Osho Times per l'Osho Festival 2026

(leggi la prima parte)

Il grande equivoco per me era stato usare il benessere come unico criterio di verità. È un criterio anche sano. “Se sto meglio, va bene”. “Se sto peggio, c’è qualcosa che non va”. Ma stare meglio può anche essere solo il segnale che abbiamo trovato una forma di protezione più elegante. Una zona più raffinata in cui non sentire.  Ascoltando e leggendo Osho, ho intravisto che la meditazione non promette “comfort”. La tecnica serve ad au mentare la sensibilità ed essere sensibili non è confortevole. Significa sentire prima. Sentire di più. Sentire anche ciò che non ha un nome chiaro. 

Il lato luminoso della meditazione: togliere anestesia

Paradossalmente, lo stare bene è il lato oscuro, in ombra, della meditazione. Il lato luminoso è quello di togliere l’anestesia! “Ma come?” potrebbe dire qualcuno, “Sentire che qualcosa fa male, qualcosa che prima non sentivi, lo chiami lato luminoso della meditazione?”. Chiarisco: togliere l’anestesia non significa cercare il dolore. Non è un esercizio ascetico né una forma raffinata di masochismo. Significa smettere di evitare ciò che è già presente. Significa permettere alle sensazioni di attraversare il corpo senza doverle correggere, interpretare, trasformare. Significa rinunciare all’idea che ogni stato debba portarci da qualche parte. È un ritorno alla realtà così com’è, con giorni luminosi e giorni opachi, con momenti di apertura e lunghi periodi in cui sembra che non succeda nulla. 

Le piccole anestesie quotidiane

Nella vita quotidiana l’anestesia assume forme molto semplici e per questo difficili da riconoscere. Riempiamo ogni interstizio con qualcosa: il telefono appena c’è un’attesa, una musica di sottofondo per non sentire il silenzio, una serie guardata senza reale interesse solo per non restare in compagnia di una voce. Cerchiamo rilassanti artificiali che non chiedano presenza: cibo che placa più che nutrire, parole in eccesso per scaricare la tensione, attività di qualunque tipo pur di essere impegnati. Persino la vacanza, a volte, diventa una fuga ben organizzata, un modo per spegnerci invece che rigenerarci.  La meditazione, quando toglie anestesia, mette in luce proprio questi automatismi. Non li giudica, non li proibisce, ma li rende visibili. Ci accorgiamo di quanto spesso il “rilassarsi occupando gli spazi della vita” significhi in realtà smettere di sentire. E allora, poco alla volta, qualcosa cambia. Non perché eliminiamo queste abitudini, ma perché non sono più un rifugio possibile. Inizia a comparire un altro tipo di pausa, più vera: stare seduti senza stimoli, camminare senza meta, restare qualche minuto con ciò che c’è. È una semplicità che all’inizio disorienta, poi diventa familiare. Non una calma artificiale, ma contatto. 

Quando non succede nulla

Ed è proprio in questi periodi in cui non succede nulla che la pratica è davvero messa alla prova. Giorni in cui mi siedo e non accade niente di riconoscibile. Nessuna intuizione, nessuna quiete particolare, nessuna difficoltà evidente. Solo presenza piatta. In quei momenti emerge una domanda silenziosa: “Perché continuo? Non sta accadendo alcuna trasformazione!”.  Eppure ho continuato, perché ho intuito che interrompere sarebbe stato tornare indietro. Non verso il dolore, ma verso l’anestesia. Il processo vero si stava rivelando: uscire dall’anestesia.  A quel punto ebbi la tentazione di fare di più. Cambiare tecnica. Aumentare il tempo dedicato: “Forse non medito abbastanza”. Alcuni cercano un altro maestro. O aggiungono una spiegazione ulteriore, una lettura, un nuovo orientamento. Ma ciò che serve non è un’aggiunta, ma restare. Restare quan do non c’è gratificazione. Restare quan do non c’è progresso visibile. Re stare quando la pratica non ci restituisce un’immagine migliore di noi stessi. È lì che la meditazione smette di essere uno strumento e diventa una relazione con noi stessi. Non qualcosa da usare, ma il “frequentare” noi stessi! 

Dal sentire al vivere

Se restiamo, qualcosa accade. Non in modo spettacolare. Non come un premio. Tornano piccoli segnali di vita ordinaria. Una risata che non serve a niente. Un no detto senza durezza. Un sì che nasce senza strategia. Emozioni che arrivano e se ne vanno senza dover essere giustificate. Il corpo che riprende a essere la nostra casa e non solo uno strumento da sfruttare. La vita non diventa più facile, ma diventa più diretta. Meno filtrata. Più intima. Smettiamo di vivere in differita.  È qui che avviene un passaggio sottile, ma decisivo. Dal sentire al vivere. Finché sentire resta un’esperienza separata, la vita continua a essere qualcosa da gestire. Quando il sentire non ci fa più paura, quando non è più corretto o controllato, la vita smette di essere un problema da risolvere. Diventa un movimento da seguire. Non sempre piacevole, ma reale.  È in questo punto che il messaggio di Osho smette di essere una frase di ispirazione e diventa un fatto concreto. “Vivi, ama, ridi”. Non come imperativi morali. Non come ideali da raggiungere. Ma come conseguenze naturali. “Vivi, ama, ridi” accade quando non stiamo più usando ogni energia per difenderci dalla vita. Quando l’anestesia non è più necessaria, perché non siamo più in guerra con ciò che sentiamo. Allora vivere non è uno sforzo, amare non è un progetto, ridere non è un premio. Succede. E basta.  Per chi resta, la meditazione cambia forma. Non è più una tecnica per migliorarci né un mezzo per diventare qualcuno di diverso. Diventa uno spazio in cui smettere di difenderci. Non rende la vita più luminosa in modo artificiale. La rende più vera. E meno anestesia, alla fine, significa proprio questo: non una vita perfetta, ma una vita totale. 

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