

PRIMA PARTE
Questo articolo è uscito nell'edizione speciale dell'Osho Times per l'Osho Festival 2026
Ricordo con precisione un momento in cui la meditazione smise di darmi ciò che mi aspettavo. Non fu un evento eclatante. Nessuna crisi, nessuna rivelazione. Semplicemente, non funzionava più come prima.
Dopo qualsiasi tecnica di Osho, nella fase della quiete, respiravo, osservavo, ma invece della calma arrivava una forma di rumore sottile. Il corpo non si distendeva, la mente non si chiariva. Restava una sensazione opaca, come se qualcosa fosse stato tolto e al suo posto non ci fosse ancora nulla. Dopo quei momenti, provavo una sorta di stupore di sottofondo accompagnato dalla domanda: “Cosa sta succedendo?”.
Ricordo anche vivamente ciò che caratterizzava i momenti di vita quotidiana. Le giornate piene, le tempeste emotive delle relazioni, lo stress normale della vita milanese. Qualcosa era cresciuto dentro di me: la sensazione di essere presente e insieme meno identificato con gli eventi. Mi stavo accorgendo che la meditazione era diventata uno spazio essenziale, una sorta di ordine aggiunto dentro una vita molto organizzata. Funzionava, ma qualcosa in quest’ordine iniziava a scricchiolare. Guardavo la vita in modo diverso, certo, ma mi sembrava di essere allo zoo acquatico: c’era un vetro che mi separava dall’acqua e dai pesci, cioè dalla vita.
Quando quel vetro iniziò a incrinarsi, la prima reazione non fu di gratitudine, ma di fastidio; ebbi paura di perdere quell’ordine che si era creato con tante ore di scuotimento, di danza, di osservazione e rilassamento che le tecniche mi avevano consentito.
Per molto tempo avevo sostenuto che meditare servisse a stare meglio. A calmarmi. A rimettere ordine. È un’idea comprensibile e in parte vera. La meditazione può portare sollievo, può creare spazio, può ridurre il frastuono. Ma se la pratica è presa sul serio, arriva un punto in cui smette di essere consolatoria. Non perché fallisce, ma perché cambia funzione. Inizia a togliere. Strati di abitudine, di compensazione, di protezione. E togliere non è mai un gesto neutro. Ogni strato rimosso lascia esposto qualcosa che prima non doveva essere sentito.
L’anestesia di cui parlo nel titolo non è qualcosa di patologico.
Riguarda sicuramente traumi evidenti o grandi ferite: una difesa inconscia dal dolore. Ma è anche molto quotidiana. È l’abitudine a riempire ogni spazio, a spiegare ogni cosa, a controllare il tono delle emozioni, a trasformare a volte persino la spiritualità in una zona sicura. È l’iperattività che ci fa sentire vivi senza farci sentire davvero. È la ricerca continua di senso, che ci evita il contatto diretto, mentre siamo persi nei nostri pensieri. È una forma di intelligenza adattiva. Ci anestetizziamo perché, a un certo punto della vita, è stato necessario. Per reggere, per operate correttamente, per non sentire troppo. Probabilmente, ci è successo da piccoli e ha preso forme giustificabili per chi non medita e persino per noi prima che iniziassimo a meditare.
Il problema non è l’anestesia in sé. È quando è diventa permanente. Quando non sappiamo più distinguerla dalla normalità. Quando confondiamo il non sentire con l’equilibrio.
La meditazione, praticata con continuità, comincia a interferire con questo assetto.
Non lo fa in modo violento. Non impone. Non smaschera. Semplicemente, rende meno efficace l’anestetico. E quando l’effetto svanisce, ciò che emerge non è subito pace. Questa “pace non più pace” era ciò che mi stava accadendo.
All’inizio emersero cose poco piacevoli. Inquietudine senza causa. Stanchezza che non passava dormendo. Vuoto. A volte una tristezza sottile, a volte una rabbia senza oggetto. Nulla di drammatico, ma abbastanza forte da mettere in discussione l’idea che la meditazione “stia funzionando”. “Allora, neanche la meditazione funziona!”. È qui che molte persone smettono. Non perché non siano più capaci di meditare, ma perché la meditazione ha iniziato a fare ciò che non avevano previsto. Non significa regredire. Non è un peggioramento. Significa smettere di scappare. E questa è una sorpresa davvero inaspettata.
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